Molte volte, sia nel cammino personale sia in quello professionale, ho sperimentato il potere terapeutico dell’arte di annodare. In un mondo sempre più veloce, caotico e assordante, trovare uno spazio per sé stessi, per il proprio respiro e le proprie mani, diventa un atto di resistenza e guarigione. Ma cosa significa veramente guarire? E come può il macramè essere uno strumento di trasformazione emotiva?
I Mille volti della guarigione
La parola guarigione è una parola che ha diverse sfumature e significati. Per alcuni guarire significa vedere sparire i sintomi di un disagio o di un malattia. Per altri guarire significa comprendere il messaggio di un sintomo. In generale possiamo concordare sul fatto che la parola guarigione corrisponde alla sensazione di stare meglio.
La guarigione per me comprende tutti i nostri corpi (fisico, emotivo, energetico e spirituale) in maniera e tempi diversi. Guarire significa, la maggior parte delle volte, entrare in contatto con le parti più profonde di noi stessi, quelle che spesso nascondiamo o trascuriamo. E l’arte del macramè, ci permette di fare proprio questo: di connetterci con il nostro mondo interiore, di portare alla luce emozioni sopite, pensieri che ci bloccano e di trasformarli. Attraverso i movimenti ripetitivi delle mani che annodano, possiamo lasciare andare le tensioni e le preoccupazioni che pesano sul nostro cuore e sulla nostra mente.
Nodi di Cura
“Mentre lavoro con la corda tra le dita, mi accorgo che non sto solo annodando. Ogni volta che il filo si stringe in un nodo, avverto una piccola liberazione dentro di me, come se quel nodo esterno portasse via con sé una tensione interna, un pensiero che non mi serve più. È una sensazione sottile, quasi impercettibile all’inizio, ma più continuo, più mi accorgo che qualcosa in me si distende, si allenta, come se l’atto di annodare fosse anche un modo per mettere ordine e sciogliere quei grovigli emotivi che a volte mi porto dentro. All’esterno creo nodi, mentre nel mio interno li sciolgo.”
A volte, è l’arte stessa a guidare la guarigione. Senza un’intenzione precisa, ci immergiamo nel processo creativo e ci lasciamo trasportare dai ritmi dei nodi, e quasi senza accorgercene, ci sentiamo sollevati. L’atto stesso di annodare diventa un balsamo per l’anima. È come se le mani sapessero cosa fare anche quando la mente è stanca o confusa.
Altre volte, invece, ci avviciniamo al macramè con una chiara intenzione: annodare per guarire. In questi casi, l’oggetto che creiamo non è solo una manifestazione artistica, ma diventa un simbolo del nostro percorso di trasformazione interiore. Ogni nodo porta con sé una storia, un’emozione che vogliamo liberare, un pensiero che desideriamo trasformare. L’atto di annodare diventa quindi un vero e proprio rituale, un atto di consapevolezza in cui ci mettiamo in contatto con la nostra anima e con il nostro guaritore interiore.
In questo processo, l’oggetto creato assume un significato profondo. Non è solo una decorazione o un arazzo da appendere. È la prova tangibile di un percorso di guarigione. Ogni volta che guardiamo quell’opera, possiamo ricordarci di ciò che abbiamo superato, di come ci siamo liberati di un peso, di come siamo riusciti a trasformare una ferita in un atto di bellezza.
