Questo è un articolo denso, e scriverlo non è stato semplice, mentre lo scrivevo mi sono accorta che stava diventando una specie di dichiarazione di intenti, quasi il manifesto della direzione che la mia attività sta prendendo in questo momento della mia vita. Ho scelto di lasciarlo così, nella sua densità, perché in fondo rispecchia il modo in cui questa trasformazione si è mossa dentro di me, lentamente e senza scorciatoie.
Ci sono transizioni che non coincidono necessariamente con un trasloco, un nuovo lavoro o un cambiamento di città, avvengono dentro di noi e modificano lentamente il modo in cui guardiamo il tempo, il lavoro e i nostri talenti. Sul momento non ce ne accorgiamo: sono piccoli spostamenti interiori, spesso innescati da una fatica che non riusciamo più a ignorare o da un corpo che ci invita a rallentare, finché cambia il punto da cui osserviamo la nostra vita. Non cerchiamo più semplicemente di costruire qualcosa, ma cerchiamo una forma di espressione coerente con la persona che siamo diventati. È quello che è accaduto a me in questi ultimi due anni, e che scelgo di condivere ora a distanza di tempo.
Il punto di rottura
C’è stato un momento in cui il mio corpo ha smesso di seguire quello che “il mio pensiero razionale” continuava a chiedergli, ma non è successo all’improvviso: lo sentivo avvicinarsi da tempo, eppure ho aspettato comunque il punto di rottura prima di fermarmi davvero. Ho smesso di lavorare per motivi personali e di salute e, con il senno di poi, avrei probabilmente dovuto farlo prima. Dietro quella rottura c’era una vita intera dedicata al corpo: prima come terapista della psicomotricità, poi come ricercatrice di tutto ciò che il corpo adulto può insegnare quando lo si ascolta con pazienza. C’era anche una sorta di presunzione silenziosa secondo cui non potevo permettermi di desiderare qualcosa di diverso proprio ora, dopo tutto il lavoro fatto e tutta la competenza costruita.
Ho attraversato pratiche diverse, studiato, sperimentato, integrato approcci differenti, e ognuno ha lasciato una traccia: più di vent’anni di ricerca non si riassumono nel nome di una disciplina, ma diventano uno sguardo sul mondo, un modo di osservare le persone, di leggere i cambiamenti e di abitare il proprio corpo. Paradossalmente è stato proprio il corpo, quello che avevo studiato e accompagnato per tanti anni, a chiedermi di cambiare strada, per continuare a essere utile ma in un modo diverso, più rispettoso dei miei ritmi e più coerente con la donna che, nel frattempo, ero diventata.
Fermarmi mi ha costretta a fare i conti anche con convinzioni che avevo tenuto sepolte per molto tempo. Ho creduto che se offrivo gratuitamente parte di ciò che sapevo fare, fosse perché non credevo abbastanza nel mio valore o perché temevo di togliere spazio a chi di quel lavoro viveva: un pensiero silenzioso che, senza che me ne accorgessi limitava le mie scelte.
Come cambia il rapporto con il lavoro quando cambia il rapporto con noi stessi?
Questa domanda mi è arrivata nel momento in cui ho smesso di cercare un ruolo o un riconoscimento esterno ed ho iniziato a chiedermi che senso aveva ciò che facevo. Oggi non sento più il bisogno di dimostrare il valore di ciò che so fare, quel valore esiste già, e il denaro può riconoscerlo, ma non è lui a crearlo. La transizione che sto vivendo non nasce dal bisogno di sostituire un reddito con un altro, ma dal desiderio di far coincidere ciò che faccio con ciò che sono diventata in tutti questi anni di studio, di esperienza e di trasformazione.
L’altra domanda che oggi mi accompagna è: come posso esprimere pienamente i miei talenti? La risposta è semplice: continuando a metterli in circolo.
Scrivo, studio, faccio ricerca, insegno il macramè come pratica di benessere, coltivo spazi di riflessione e creatività, e in questo continuare a lavorare con un’intenzione diversa c’è la consapevolezza che il significato più profondo di ciò che faccio non dipende soltanto dal prezzo che gli viene attribuito. Per anni ho accompagnato le persone attraverso il corpo, oggi lo faccio anche attraverso la scrittura, i libri e la creatività tessile, cambiano gli strumenti ma resta lo stesso il filo che tiene insieme il mio percorso.
Forse è una scelta controcorrente, in un tempo che ci invita a trasformare ogni passione in un business e ogni talento in un prodotto: è una strada legittima e, per molte persone, necessaria, ma la mia, oggi, è semplicemente diversa. Non ho smesso di cercare un modo per essere utile, ho solo smesso di misurare il valore di ciò che faccio soltanto attraverso il riconoscimento economico, e questo significa anche continuare a lavorare senza che il denaro sia più al centro di questa scelta, restando aperta a costruire insieme, con chi lo desidera, percorsi e collaborazioni. Ed è proprio questo il senso più profondo della transizione che sto vivendo: non smettere di fare, ma scegliere con maggiore consapevolezza dove mettere energia, tempo e presenza.
È questo lo spazio che oggi desidero continuare ad aprire attraverso ciò che faccio, la scrittura, la creatività tessile, il macramè, il lavoro sul corpo, e tutti quei percorsi in cui questi elementi possono incontrarsi.
Se leggendo queste parole hai sentito una risonanza puoi scrivermi a boschibarbara22@gmail.com e insieme potremo pensare ad un percorso.