Perché non tutti i gesti creativi ci fanno bene allo stesso modo? Nell’articolo precedente, riflettendo sui falsi miti che spesso ci trattengono dall’iniziare una pratica manuale, avevo lasciato una promessa aperta: cosa fa sì che in certi momenti sentiamo il bisogno di struttura e in altri quello di libertà? È da qui che riprendo il filo del discorso, quindi se hai perso l’articolo a cui faccio riferimento puoi leggerlo qui: https://barbaraboschi.blog/2026/08/20/i-falsi-miti-che-ci-impediscono-di-iniziare/
Ci sono momenti in cui il bisogno di creare nasce da una forma di calma e curiosità, e altri in cui nasce invece da un’urgenza più silenziosa, che non ha a che fare con la creatività in sé ma con il bisogno di ritrovare un appoggio interno. Eppure, molto spesso, trattiamo tutte le attività creative come se fossero equivalenti tra loro, come se bastasse scegliere “qualcosa da fare con le mani” per ottenere sempre lo stesso effetto.
Nella mia esperienza, sia personale che nei percorsi che propongo, questo è uno dei fraintendimenti più frequenti. Non tutte le attività manuali funzionano nello stesso modo, e soprattutto non funzionano allo stesso modo in ogni momento della nostra vita. Esiste una differenza sottile ma decisiva che riguarda il grado di struttura che un’attività porta con sé.
Possiamo chiamare questa differenza, in modo molto semplice: alta struttura e bassa struttura.
Quando parlo di alta struttura, mi riferisco a tutte quelle attività che hanno una forma già definita, un ordine preciso di passaggi, una sequenza che guida la mano quasi senza lasciare spazio all’indecisione. Nel macramè può essere un pattern ripetitivo, nell’uncinetto uno schema da seguire punto dopo punto, nel ricamo un disegno già tracciato. In questi casi non siamo noi a dover inventare il percorso, ma lo seguiamo. La libertà non è nell’improvvisazione, ma nella continuità del gesto.
La bassa struttura, invece, è l’opposto solo in apparenza. Sono tutte quelle pratiche in cui la forma non è già data, o è data solo in parte, e in cui ogni passaggio richiede una scelta: i colori, le proporzioni, la composizione, l’andamento del lavoro. Qui la libertà è più ampia, ma proprio per questo anche più impegnativa, perché ogni gesto apre una possibilità invece di seguire una direzione già tracciata.
Istintivamente siamo portati a pensare che la bassa struttura sia sempre più piacevole, più libera, più rigenerante, ma non è così semplice. Il punto non è quale delle due sia migliore, ma quale delle due sia più adatta a ciò che stiamo vivendo in quel momento.
Quando siamo in uno stato di stanchezza mentale, sovraccarico, confusione o ansia, ciò di cui abbiamo bisogno non è più libertà, ma contenimento. In questi momenti l’alta struttura diventa una forma di sostegno invisibile: il gesto ripetitivo, lo schema già dato, la sequenza prevedibile alleggeriscono il carico delle decisioni e permettono al sistema nervoso di rallentare. Non dobbiamo scegliere continuamente cosa fare dopo, ma possiamo affidarci a un ritmo che ci contiene.
Quando invece siamo in una fase di maggiore apertura, curiosità o energia creativa, la bassa struttura diventa uno spazio fertile. In questi momenti abbiamo bisogno di esplorare, di provare combinazioni nuove, di lasciare che il processo non sia già scritto. La stessa libertà che in un altro momento potrebbe risultare dispersiva diventa qui una fonte di vitalità.
Il punto interessante è che non esiste una scelta giusta in assoluto, ma una scelta che cambia con noi. E spesso la fatica che proviamo davanti a una pratica creativa non dipende dalla nostra incapacità, ma dal fatto che stiamo usando il tipo di struttura sbagliato per quel momento della nostra vita.
È anche per questo che a volte iniziamo qualcosa con entusiasmo e poi lo lasciamo perdere, non sempre perché “non siamo portate”, ma perché magari quella pratica richiedeva un livello di libertà che in quel momento non avevamo, oppure al contrario una struttura che ci avrebbe sostenute e che non c’era.
Riconoscere questo cambia completamente il modo in cui ci avviciniamo al fare con le mani. Non si tratta più di trovare l’attività perfetta, ma di imparare a leggere il proprio stato interno e scegliere di conseguenza.
E questo sposta anche il senso del “ricominciare”, perché ricominciare non significa riprendere esattamente da dove si era lasciato, ma spesso significa cambiare leggermente forma al gesto, trovare una nuova combinazione tra noi e ciò che stiamo facendo: la pratica creativa non è mai qualcosa di fisso, ma qualcosa che si adatta.