Questo articolo ha avuto una prima pubblicazione nella mia newsletter su Substack, che esce ogni lunedì sera. Alcuni articoli, come questo, vivono su entrambe le piattaforme: li riprendo qui con una scrittura diversa, più distesa e ordinata, “pensata per restare”, altri temi, più legati a consapevolezze e riflessioni nate sul momento, restano soltanto sulla newsletter, dove trovano il loro spazio naturale. Chi ha voglia di curiosare può farlo a: https://barbaraboschi.substack.com/
Il mito dei 10.000 passi
Nel 2025 ho avuto un problema vertebrale che per qualche mese mi ha tolto quasi tutto: i movimenti, la libertà, e soprattutto il cammino. Una cosa così ordinaria, così scontata, che non avevo mai davvero considerato come un privilegio. Da gennaio 2026 ho ricominciato a camminare tutti i giorni almeno 20 minuti per recuperare qualcosa di fondamentale, per ridare al corpo un movimento che dovrebbe essere il più naturale del mondo e, come spesso succede, ho capito l’importanza di una cosa solo quando l’ho persa.
Ricominciando, ho iniziato anche un percorso con il metodo Feldenkrais, una pratica che, attraverso l’ascolto profondo del corpo, rende consapevoli dell’organizzazione del proprio sistema neuromuscolare. Ho cominciato con una serie di sedute individuali di integrazione funzionale, dove il lavoro è molto preciso e personalizzato, e poi sono passata alle lezioni di gruppo. Ed è stato illuminante: ho scoperto compensazioni che portavo da chissà quanto tempo e ho capito che molte di quelle compensazioni non erano solo neuromuscolari ma rispecchiavano anche modi di stare nel mondo, di rispondere agli eventi, di trattenere cose che avrei potuto lasciare andare. È un percorso che sto ancora facendo, e che continua a sorprendermi.
Ed è così che ho iniziato ad interessarmi al mondo delle app che contano i passi e mi sono imbattuta nel mito dei diecimila passi al giorno. 10.000 passi al giorno, e si è a posto. Ma a posto con cosa, esattamente? Da dove viene questo numero?
L’ho cercato sul web ed ho scoperto che la soglia dei 10.000 passi non viene da uno studio scientifico, ma sembra sia nato nel 1964, quando un’azienda giapponese (Yamasa Clock) lanciò un pedometro in occasione delle Olimpiadi di Tokyo. Il nome del prodotto era Manpo-kei: letteralmente, “misuratore di diecimila passi”. Dunque, si tratta di uno slogan pubblicitario che con il tempo si è trasformato in una verità popolare.
Camminare fa bene, ma non sempre
Grazie alla mia esperienza posso dire una cosa scomoda: camminare non fa sempre bene, anzi a volte peggiora alcune situazioni. Il corpo umano è la somma di compensazioni su compensazioni, anni di postura seduta, scarpe inadeguate, vecchi traumi, asimmetrie muscolari, tutto questo si riflette anche nel modo in cui appoggiamo il piede e trasferiamo il peso. Se camminiamo male, e camminiamo tanto, stiamo semplicemente ripetendo uno schema motorio disfunzionale migliaia di volte al giorno.
Il possibile risultato? Sovraccarichi articolari con tensioni che risalgono lungo la catena muscolare: caviglia, ginocchio, anca, zona lombare, cervicale. Con questo non voglio scoraggiare nessuno dal camminare ma piuttosto vorrei portare l’attenzione su come camminare e smettere di farlo in modo automatico.
Ecco una serie di considerazioni che ho fatto in questi ultimi mesi di allenamento al cammino. Non sono prescrizioni mediche nè consigli, solo osservazioni che decido di condividere pubblicamente.
- Come si cammina, non quanto
Il modo in cui camminiamo dice molto di noi: come teniamo la testa, come respiriamo, come appoggiamo il piede. Camminare bene non significa camminare rigidamente, ma lasciare che il peso si distribuisca in modo equilibrato, permettere alle anche di ruotare naturalmente liberando il bacino, tenere lo sguardo orizzontale invece che in basso, muovere il torace e respirare in sincronia con il passo. E mentre si sperimenta il proprio modo di camminare e in alcuni casi si reimpara a camminare, il sistema neuromuscolare impara.
Quindi la domanda da farsi non dovrebbe essere “Ho fatto 10.000 passi oggi?” ma piuttosto “Come ho camminato oggi?”.
- Il terreno
Un’altra cosa di cui il semplice numero dei 10.000 non tiene conto, ma che è molto importante, è il terreno in cui si cammina. C’è una differenza enorme tra camminare su un marciapiede liscio e camminare su un sentiero. Il terreno irregolare attiva migliaia di microaggiustamenti dei muscoli del piede, delle caviglie e richiede un diverso funzionamento del sistema propriocettivo. Il sistema nervoso è costantemente impegnato a leggere il suolo, anticipare, correggere, è un allenamento neurologico oltre che muscolare. Il marciapiede piatto, invece, mette il corpo in modalità automatica. La salita aggiunge un carico alle gambe, impegna i glutei, modifica la respirazione e la discesa, spesso sottovalutata, è tecnicamente più impegnativa perché richiede controllo e stabilità.
Anche in questo caso non esiste un terreno giusto per tutti, ma può essere utile sperimentare diversi terreni e cambiare ogni tanto per sollecitare muscoli diversi.
- Lo spazio
Il sistema nervoso non percepisce solo il suolo: percepisce anche lo spazio. La distanza, la luce, il vento. Camminare in un bosco, in una città o lungo una costa non è la stessa cosa di camminare in palestra su un tapis roulant. Gli ambienti naturali hanno un effetto diverso su di noi rispetto ad una via trafficata con rumore costante permettendo una qualità di movimento diversa. Il numero di passi è, ancora una volta, indifferente a tutto questo.
- Le idee che arrivano camminando
C’è poi qualcosa che nessun contapassi potrà mai registrare e che per me è diventata una delle ragioni più preziose per camminare: molte delle idee per i miei articoli, e spesso anche le consapevolezze più improvvise, mi arrivano proprio mentre cammino, come flash che compaiono senza essere stati cercati, a volte una frase intera, a volte un collegamento tra due cose che fino a un momento prima stavano in cassetti separati. Mentre cammino la parte che controlla e dirige i pensieri si distrae e fa spazio ad altro e molto spesso la scrittura che nasce al tavolo ha quasi sempre cominciato la sua strada molto prima, su un sentiero.
- Le scarpe
Le scarpe meriterebbero un articolo a parte, perché trasformano radicalmente la biomeccanica del passo. Una scarpa con tacco alto inclina il bacino in avanti, aumenta la lordosi lombare e portata ogni giorno ridisegna la postura. Le scarpe con suola spessa e ammortizzata inibiscono il feedback dal terreno: il piede smette di “sentire” e i muscoli si atrofizzano. Comode? Sì. Ottimali per il piede? Non sempre. Le scarpe minimaliste o barefoot fanno il contrario: restituiscono sensibilità, riattivano la muscolatura del piede, ma richiedono una transizione graduale per chi ha un piede che ha dimenticato di lavorare. Insomma, non esiste la scarpa perfetta per tutti, ma può esistere la scarpa giusta in base al nostro cammino e la si può trovare solo sperimentando e facendo un lavoro attento sul proprio modo di camminare.
- Il motivo
C’è una differenza enorme tra camminare perché l’app ti dice che sei a 8.400 passi, e camminare perché abbiamo bisogno di aria o perché dobbiamo scaricare una brutta giornata. La motivazione cambia letteralmente il modo in cui ci muoviamo. Chi cammina per smaltire l’ansia cammina in modo diverso da chi cammina per esplorare. Il corpo ascolta il motivo e si organizza di conseguenza.
I 10.000 passi non sanno se siamo presenti mentre camminiamo o se guardiamo Instagram. Non sanno se il piede destro compensa un disallineamento del bacino, non sanno se stavamo respirando o trattenendo il fiato, se il sole batteva in faccia o se eravamo in un parcheggio sotterraneo. Sono un numero, e i numeri non ascoltano il corpo. Il corpo, invece, ascolta tutto e registra tutto, anche quello che non vediamo.
Il contatore di passi è solo un promemoria per ricordarci di non restare fermi tutto il giorno, utile come soglia minima contro la sedentarietà, ma non può essere un obiettivo sinonimo di salute.
E con questo, auguro a tutti buon cammino!