La Tela della Luna è un viaggio fatto di storie. Ogni racconto è una tappa, un incontro, un simbolo che illumina un pezzo del cammino interiore. Non c’è una sola strada: la trama si tesse passo dopo passo, e ogni filo porta con sé un insegnamento. Questa tappa parla del vortice: il momento in cui si viene travolti da emozioni e pensieri, e tutto sembra confondersi. È un invito a scendere nel cuore della tempesta per ritrovare il proprio centro e scoprire che, anche nel caos, può esistere pace.
Quella notte, nel sonno, la donna si ritrovò ancora una volta a camminare in uno spazio che non conosceva e che pure sentiva suo. L’aria era sospesa, densa di attesa, e il silenzio sembrava custodire qualcosa.
Fu allora che lo sentì: un turbine, lontano ma in avvicinamento, come se volesse avvolgerla.
Non sapeva da dove fosse arrivato. Forse era nato da dentro, in una piega nascosta del cuore. Forse proveniva da un tempo lontano, dimenticato ma mai del tutto spento. Non ebbe il tempo di capirlo. All’improvviso, senza avvertimento, si trovò risucchiata in un vortice.
Un tornado interiore di pensieri, emozioni, immagini e ricordi che si intrecciavano in una spirale senza tregua. Il cuore batteva all’impazzata, come se volesse scappare dal petto. Lo stomaco si chiudeva in una morsa, le gambe tremavano senza più forza. Il dolore non detto, i sogni interrotti, le attese tradite. Ma anche le domande senza risposta, le strade non percorse, i “cosa sarà di me?” e i “sarò ancora capace?”. Era come se ogni frammento di vita – passato e futuro insieme – fosse stato liberato in un solo istante.
Il tempo si deformava. Non era più lineare, ma una spirale che la inghiottiva. In quella spirale, tutto sembrava possibile e, allo stesso tempo, minaccioso. Il respiro diventava corto. Il corpo avvertiva l’imminenza di qualcosa che stava cambiando. Una trasformazione sotterranea, invisibile agli occhi ma chiara come un presagio. Un’attesa inquieta. Una vertigine sottile. Un’ansia senza forma precisa. Le mani sudavano, la gola si stringeva, il respiro si spezzava a tratti. Provò a resistere. A pensare lucidamente. A trovare un appiglio, un punto fermo. Ma il vento era troppo forte. E lei, troppo stanca.
Quando ormai credeva di perdersi del tutto, la vide. Paumenosa non apparve dall’alto, né da fuori. Sembrò emergere dal vento stesso, come se il tornado l’avesse portata con sé senza riuscire a travolgerla. Era ferma, calma, radicata. I suoi capelli si muovevano come fili mossi da un soffio gentile, ma gli occhi restavano immobili, profondi come il centro di un lago quieto. Non lottava contro la tempesta. La attraversava.
Con passo lieve, Paumenosa si avvicinò e, senza una parola, le porse la mano. La donna esitò. Il vortice le urlava ancora dentro, ma qualcosa in quel gesto silenzioso era irresistibile. La prese. E allora Paumenosa la guidò. Non verso l’uscita, ma verso il cuore del vortice. Non verso la fuga, ma verso il centro.
Man mano che avanzavano, il frastuono si trasformava in silenzio. Il vento restava, ma perdeva la sua furia. Come se, proprio lì, nel cuore stesso del caos, si celasse un luogo sacro, un rifugio invisibile eppure palpabile. Come se nel mezzo della tempesta ci fosse una radice. E lì, proprio lì, la donna sentì qualcosa che non provava da tempo: una pace profonda, inattesa. Non era assenza di emozioni, ma accoglienza. Non annullamento, ma presenza autentica.
Paumenosa la guardò negli occhi e disse: «Non sono qui per insegnarti a evitare le tempeste. Quelle fanno parte della vita. Non sempre sono nemiche: sono passaggi, portali, fuochi di trasformazione. Io sono qui per ricordarti che esiste un centro. E quel centro sei tu. Non devi fermare il vento. Devi solo imparare a non perderti nel suo rumore.» La donna non rispose subito. Ma dentro, qualcosa si assestò. Il respiro si fece pieno. Gli occhi si aprirono in un nuovo sguardo. Capì che l’ansia, quell’inquietudine che spesso la svegliava senza motivo, non era una condanna, ma un invito: a guardare, a restare, a respirare.
Non uscì dal vortice ma ne divenne parte. Smise di temerlo e iniziò a danzarci dentro. Non con leggerezza forzata, ma con presenza autentica. Non fingendo coraggio, ma scegliendo fiducia. Scoprì che l’equilibrio non è l’assenza di vento, ma la capacità di restare radicati mentre tutto si muove.
Quando, più tardi, il vortice si dissolse, non era più la stessa. Non perché la tempesta fosse finita, ma perché lei sapeva dove trovare il proprio centro.
Ci sono tempeste che arrivano senza annuncio. Che sembrano travolgere tutto, e invece spalancano porte. Ci sono emozioni che appaiono come nemiche, ma sono solo forme della vita che cambia. Nel vortice ci sono anche il futuro, le domande non ancora formulate, le parti di sé ancora sconosciute. C’è il corpo che parla senza parole, non serve capire tutto. Serve restare, respirare e scendere nel centro. Perché nel cuore della confusione può nascere una radice nuova e da lì, fiorire un modo diverso di essere.
La donna sorrise nel silenzio che seguì. Sapeva che quel momento era un nodo prezioso nella trama della sua esistenza. Un filo di luce che si intrecciava alla sua Tela della Luna. Paumenosa le restò accanto ancora un attimo, poi svanì, lasciando nella sua anima un’eco di silenzio e forza. E la donna iniziò a danzare con il vento e con se stessa.
Al mattino il corpo le parlava con semplicità: il cuore calmo, il respiro fluido, le gambe leggere. Negli occhi un nuovo sguardo, pronto a incontrare la vita senza paura del vento.
Questo è il terzo filo della Tela della Luna. Se vuoi proseguire il viaggio, puoi leggere anche gli altri due racconti che lo hanno preceduto
