Quando ascolto le persone nei laboratori, o quando leggo i messaggi, sento spesso una certa esitazione, espressa con parole diverse ma con la stessa sostanza: “Vorrei provare, ma non sono portata”, oppure “Ho iniziato una volta e poi ho lasciato perdere”, oppure ancora “Non ho abbastanza tempo“. Sono affermazioni che riconosco bene perché, in momenti diversi della mia vita, le ho pensate anch’io davanti a pratiche che mi attiravano ma che continuavo a rimandare, come se ci fosse sempre qualcosa di non abbastanza pronto in me per iniziare davvero.
Da quando ho iniziato a creare con il macramè, scoprendone progressivamente anche il valore terapeutico (ne ho scritto spesso qui sul blog e nel mio ultimo libro) ho cambiato completamente lo sguardo su queste frasi. Non le considero più limiti personali, ma piuttosto segnali che indicano un disallineamento tra ciò che cerchiamo e il modo in cui proviamo a farlo accadere.
Ho pensato quindi di trattare queste incertezze chiamandoli “i falsi miti che ci impediscono di iniziare”.
Il primo falso mito è quello che riguarda la parola creatività. “Non sono creativa” è una frase che sembra chiudere ogni possibilità ancora prima di iniziare, come se la creatività fosse una qualità riservata a pochi o una forma di talento speciale. Eppure, quando parlo di creatività, non mi riferisco mai a questo. Mi riferisco piuttosto al gesto del fare, al movimento delle mani e alla possibilità concreta di trasformare un materiale in una forma che prima non esisteva. In questo senso un nodo è già un atto creativo, un intreccio è già un linguaggio, e non è necessario sentirsi artiste per entrare in questo spazio.
Il secondo falso mito riguarda il tempo. “Non ho tempo” è una frase che ripetiamo spesso, ma se la osserviamo con un po’ più di distanza, ci accorgiamo che il tempo raramente è qualcosa che “abbiamo” o “non abbiamo”, ma piuttosto qualcosa che scegliamo di orientare.
Il terzo falso mito è forse quello che più spesso viene accompagnato da una forma di rassegnazione: “Ho provato e non sono riuscita a continuare”. Eppure, ogni volta che lo ascolto, non mi viene mai da leggerlo come un fallimento personale, mi sembra piuttosto il segnale che in quel momento non c’era un incontro giusto tra la persona e la pratica, forse perché la complessità era troppo alta, forse perché mancava una guida, oppure semplicemente perché il bisogno di quel momento era diverso da quello che quella attività poteva sostenere. Ricominciare non ha nulla a che vedere con il ripetere lo stesso percorso sperando in un esito diverso, ma con il concedersi la possibilità di incontrare qualcosa in una forma nuova.
Quando allora ci si chiede da dove iniziare o da dove ricominciare la domanda che considero davvero utile farsi non è mai legata alla tecnica in sé, ma alla propria condizione del momento. Se si attraversa una fase di stanchezza, di sovraccarico mentale o di ansia diffusa, ha molto più senso orientarsi verso attività semplici, strutturate, ripetitive, che non richiedono continue decisioni e che permettono alle mani di seguire un ritmo già dato, lasciando alla mente la possibilità di rallentare. Se invece si attraversa un periodo di maggiore apertura o curiosità, allora può avere senso lasciare più spazio alla sperimentazione e alla libertà creativa. E quando non si riesce a riconoscere chiaramente il proprio stato, cosa che accade spesso, la struttura più semplice resta quasi sempre il punto di accesso più gentile.
C’è però una cosa che vale la pena ricordare, anche quando sembra ovvia ma non lo è mai del tutto, ed è che l’apprendimento passa attraverso il corpo. Ogni gesto che ripetiamo si deposita nella memoria muscolare, diventa progressivamente più fluido, più naturale, meno faticoso, e quando il gesto si stabilizza la mente smette di doverlo controllare costantemente e può entrare in uno stato diverso di presenza. È per questo che il valore del lavoro manuale non coincide mai soltanto con ciò che si produce, ma con ciò che si trasforma mentre lo si produce. Ogni volta che le mani imparano qualcosa, impara tutto il sistema neuro muscolare, perché corpo e mente non sono due dimensioni separate ma un unico sistema che si modifica insieme.
Non tutto ciò che ci blocca nasce nello stesso modo e non tutto ciò che ci aiuta a ricominciare ha la stessa forma. Nel prossimo articolo entrerò proprio in questa differenza, in ciò che rende alcune attività più contenitive e altre più aperte, ciò che fa sì che in certi momenti abbiamo bisogno di struttura e in altri di libertà. È una distinzione semplice ma che fa una grande differenza e che riguarda da vicino il modo in cui ci avviciniamo alle arti tessili e, più in generale, a qualsiasi forma di pratica manuale.