Ci sono momenti nel percorso di crescita personale in cui ci accorgiamo di essere diventati molto bravi a guardarci dentro, ma sempre meno capaci di stare bene. È una consapevolezza sottile, quasi scomoda da ammettere. Perché lavorare su di sé è importante, a volte necessario, ma quando questo lavoro diventa continuo e orientato solo a ciò che manca o a ciò che va migliorato, rischia di trasformarsi in una discesa senza pause, una discesa che può allontanarci dalla luce.
Questa è stata, a un certo punto, anche la mia esperienza: un percorso ricco, profondo, ma a tratti troppo carico, come se la crescita dovesse passare sempre attraverso uno sforzo, una comprensione, una trasformazione. È stato lì che ho intuito che qualcosa doveva cambiare. L’incontro, o meglio il ritorno, alle arti tessili e in particolare al macramè ha aperto uno spazio diverso, uno spazio in cui si poteva semplicemente stare.
Annodare, sciogliere, ricominciare: all’inizio sembra solo un’azione che fa lavorare le mani, poi ci si accorge che dentro quel gesto ripetuto accade qualcosa; la mente si quieta, il corpo si organizza, il respiro trova un ritmo e, senza accorgersene, si entra in uno stato di presenza, uno stato molto simile alla meditazione che anche persone che non hanno mai praticato possono sperimentare.
È lì che ho iniziato a comprendere che la consapevolezza non deve essere per forza un lavoro pesante. Può anche essere un movimento circolare, un fluire. Con il tempo ho iniziato a riconoscere questo movimento nella mia quotidianità, come se le pratiche che mi accompagnavano non fossero più tappe separate ma parti di un unico processo che si alimenta da sé. È da qui che è nata l’immagine del circolo virtuoso. Oggi mi piace pensare al mio percorso proprio in questi termini: non più come una linea da seguire, ma come un circolo che si rinnova continuamente.
Il circolo virtuoso di consapevolezza
Un circolo virtuoso di consapevolezza è un insieme di pratiche, gesti, parole e spazi che, intrecciandosi tra loro, aiutano a rimanere in contatto con sé stessi. Non è un metodo rigido e non è una routine perfetta, ma qualcosa di vivo, che cambia nel tempo.
Per me, in questo momento, questo circolo è composto da quattro elementi:
- l’ascolto del corpo
- la lettura
- la scrittura
- l’arte tessile
Questi elementi non funzionano separatamente, ma si influenzano, si nutrono e si richiamano continuamente; leggo qualcosa che risuona dentro di me, ne scrivo, poi ho bisogno di silenzio e mi siedo ad annodare, oppure parto dal corpo, da una sensazione, e quella sensazione trova forma nelle parole o nei nodi. È un movimento continuo in cui ogni elemento sostiene l’altro senza una gerarchia rigida, anche se il corpo rimane per me un punto di riferimento costante a cui tornare quando perdo il senso della direzione.
Il corpo è sempre il primo a sapere, prima delle parole e prima dei pensieri. Entrare in contatto con il corpo significa sviluppare un’attenzione diversa, meno analitica e più percettiva, significa accorgersi di come stiamo, di come reagiamo e di cosa ci attraversa. Nel tempo ho imparato a fidarmi di questa bussola nei momenti di confusione, nelle scelte e nei cambiamenti. Non è un ascolto immediato, richiede tempo, pazienza e la disponibilità a non avere subito risposte, ma è uno degli strumenti più affidabili che abbiamo.
C’è però una condizione necessaria perché questo circolo possa esistere: il tempo, non il tempo pieno e produttivo, ma un tempo vuoto, lento e a tratti silenzioso, un tempo che oggi è sempre più difficile da concedersi e che proprio per questo diventa prezioso. È lì che il circolo si attiva. Non serve molto, anche uno spazio settimanale può essere sufficiente, un momento in cui non c’è nulla da dimostrare e nulla da migliorare, ma solo da attraversare.
Ognuno può costruire il proprio circolo virtuoso, perché non esiste una formula giusta. Può essere utile partire da alcune domande semplici:
Quali attività nutrono la mia parte più profonda?
Cosa mi viene naturale, senza sforzo?
Cosa mi fa sentire viva mentre lo faccio?
Dove trovo un senso di rifugio?
A volte non emergono subito risposte chiare e va bene così. Si può iniziare anche in modo concreto, disegnando un cerchio su un foglio e inserendo parole, immagini e intuizioni, oppure creando una rappresentazione tessile che tenga insieme questi elementi. Non è un esercizio creativo fine a sé stesso, ma un modo per dare forma a qualcosa di interiore.
La creatività come spazio di integrazione
Spesso pensiamo alla creatività come a qualcosa di accessorio, quasi un lusso, mentre in realtà è una funzione fondamentale. Quando non troviamo spazio per esprimerci, qualcosa dentro di noi si irrigidisce, la creatività ha il potere di riaprire quel canale. Le attività manuali, come il macramè, l’uncinetto, la ceramica, la maglia, il lavoro con il legno, hanno una qualità in più: il contatto con il materiale. Le corde, il legno, la creta parlano al corpo e attivano una memoria antica, fatta di apprendimento, tentativi e piccoli successi. Per questo, quando impariamo qualcosa di nuovo con le mani, proviamo una forma di entusiasmo profondo che non è solo soddisfazione, ma una vera e propria riconnessione. La crescita, in questo caso, può essere anche un ritorno ad un sapere trascurato e diventare così un movimento che include leggerezza.
Il circolo virtuoso non elimina le difficoltà e non evita le zone d’ombra, ma le tiene dentro ad un movimento più ampio in cui trovano spazio anche la gioia, la semplicità e la bellezza quotidiana. E forse è proprio questo che cambia tutto: non smettere di lavorare su di sé, ma imparare a farlo senza mettersi continuamente contro di sé.