La Tela della Luna è un viaggio fatto di storie. Ogni racconto è una tappa, un incontro, un simbolo che illumina un pezzo del cammino interiore. Non c’è una sola strada: la trama si tesse passo dopo passo, e ogni filo porta con sé un insegnamento.
Questa tappa parla del fuoco: il momento in cui ciò che non può più continuare così com’è viene bruciato, per lasciare spazio a una rinascita, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri.
Quella notte il sonno della Donna non fu quieto. Non c’era la morbida discesa in un sogno lento e avvolgente. Il suo corpo sul letto sembrava immobile, ma dentro qualcosa si agitava. Il respiro era veloce e irregolare, come se dovesse continuamente oltrepassare una soglia invisibile.
Nel sogno si ritrovò in piedi ai margini di un bosco. Non era la prima volta che lo vedeva, ma quella sera tutto aveva un colore diverso. Nell’aria si sentiva un odore di resina e bruciato. I contorni degli alberi sembravano avere una luce interna rossa.
La Donna avanzava veloce. I piedi sfioravano la terra con urgenza, spezzando le foglie secche sotto di lei con piccoli schiocchi. Le braccia erano tese lungo i fianchi, le mani chiuse a pugno. Più si addentrava nel bosco, più dentro di lei cresceva un’irrequietezza antica. Era una rabbia sottile e profonda, mischiata a stanchezza e dolore. Era il punto in cui tutte le rinunce, le paure e le lealtà invisibili si erano accumulate, chiedendo di essere guardate.
Le ombre degli alberi si stringevano attorno a lei come se volessero rallentarla, ma lei continuava a procedere con passi svelti e agitati. Sentiva di non poter più fermare quell’energia che le si muoveva dentro. Avvertiva uno strano richiamo, un invito che sembrava provenire da qualche punto del suo petto.
A un certo punto il bosco iniziò ad aprirsi. Gli alberi, prima fitti e ravvicinati, si disposero come in un grande corridoio naturale. La terra sotto i piedi non era più ricoperta di foglie, ma diventava via via più nuda, più scura, come se fosse stata sfiorata dalle fiamme. L’aria divenne tiepida, poi sempre più calda. Continuò a camminare fino a quando il bosco si trasformò in una radura.
Al centro di questo grande spazio c’era un cerchio di pietre. Non erano pietre qualsiasi: erano grandi, levigate, disposte con cura, come se qualcuno le avesse scelte una a una. All’interno del cerchio bruciava un fuoco. Era un fuoco vivo, alto, che danzava. Le lingue di luce si alzavano e si abbassavano come in una respirazione profonda.
La Donna si fermò di colpo. Sentì il calore sul viso, sulle mani, sulle gambe. Non era ancora troppo vicino da ferirla, ma abbastanza da farle percepire il confine tra ciò che scotta e ciò che ancora si può tollerare. Fu allora che vide Paumenosa.
Era già lì, in piedi all’interno del cerchio di pietre. Non sembrava temere la vicinanza del fuoco: non c’erano tracce di bruciature, né paura nel suo sguardo. I suoi occhi riflettevano le fiamme, ma restavano limpidi.
«Non tutto ciò che brucia distrugge» disse Paumenosa. «A volte il fuoco arriva quando non è più possibile restare uguali.»
La Donna comprese, in maniera intuitiva, che era arrivato il momento di attraversare il fuoco. Non poteva più evitarlo.
«Il fuoco può fare molto male, se lo attraversi quando non sei pronta o se lo vivi come una prova da superare a forza. Il fuoco non è un esame. È un passaggio di trasformazione. Per questo non puoi entrarci così come sei ora: piena di tensione, contratta, con i pugni chiusi.»
La Donna si guardò le mani. Erano ancora chiuse a pugno.
«Vedi» continuò Paumenosa, «se entri nel fuoco con tutta la tua rigidità, sarà quella a bruciare per prima. E brucerà male. Il fuoco reclama ciò che è già morto, ciò che non serve più. Non è interessato a distruggere ciò che vive davvero.»
La Donna inspirò più a fondo. Avvertì un nodo in gola, come una barriera che reggeva da troppo tempo.
«Non tutto quello che sei deve bruciare» disse Paumenosa. «Solo ciò che ti impedisce di essere viva.»
Il fuoco continuava a danzare. Non c’era violenza, ma intensità. Il calore sembrava chiamarla e respingerla allo stesso tempo.
«Come faccio a capire cosa lasciare andare?» chiese la Donna.
«Chiudi gli occhi» disse Paumenosa. «Non guardare il fuoco fuori. Ascolta quello dentro.»
La Donna obbedì. Sentì il petto stringersi, come se qualcosa premesse da dentro per uscire.
«Pensa» continuò Paumenosa «a tutte le cose che non riesci più a sostenere. Le frasi che ti ripeti per dovere ma che non senti più vere. Le promesse fatte per paura. Le aspettative degli altri che hai indossato come abiti troppo stretti. I “devo” che pesano più dei “voglio”.»
La Donna iniziò a vedere immagini, volti, situazioni, abitudini. Gesti automatici che ripeteva da anni. Modi di trattenersi, di far finta di niente, di dire “va bene” quando non andava affatto bene.
«Scegline una» disse ancora Paumenosa. «Non tutte. Una sola, per iniziare.»
La Donna restò a lungo in silenzio. Poi, lentamente, unimmagina si fece avanti. Non era un evento preciso, ma un modo di stare al mondo: la tendenza a minimizzarsi, a mettersi sempre un passo indietro, a non disturbare, a spegnere la propria voce perché le altre non si sentissero messe in discussione. Quando la riconobbe, il nodo in gola cedette. Una lacrima le scivolò lungo il viso. Non era solo tristezza: era lucidità. «Questa» disse. «Non voglio più portarla con me.»
Paumenosa aprì la mano in un gesto di accoglienza. «Bene. Allora può bruciare, ma prima devi cambiare modo di attraversare il fuoco. Non entrarci come se fosse una punizione. Entraci come atto di scelta. Il fuoco che ti chiama non è il rogo. È una soglia.»
La Donna annuì. Fece un passo verso il bordo del cerchio. Il calore le avvolse le gambe, il ventre, il viso. Paumenosa le si mise accanto, senza toccarla.
«Attraversa senza correre» disse. «Non è una prova da superare. È una scelta. Lascia che il fuoco prenda solo ciò che non ti serve più.»
La Donna inspirò, poi entrò nel cerchio.
Il fuoco non la investì come un’esplosione. Le fiamme le sfiorarono la pelle come mani calde, cercando le parti indurite dalla paura, i ruoli consumati, le parole che non le appartenevano più. Sentì bruciare dentro, ma non era un dolore che distruggeva: era lo sciogliersi di gusci vecchi, di strati che da tempo le stavano stretti.
A ogni passo qualcosa cadeva. Non li vedeva, ma sapeva che quei frammenti stavano diventando cenere, mescolandosi alla terra.
Quando uscì dall’altra parte del cerchio, il bosco era lo stesso, eppure diverso. L’aria era più limpida, più sottile. Ai suoi piedi, tra le pietre, c’era uno spesso strato di cenere grigia, con piccoli riflessi di rame e oro. Per un istante provò un brivido. «Sono io questa cenere?»
«Questo è ciò che hai lasciato andare» disse Paumenosa. «Sono le forme in cui ti sei contenuta finora. Ti hanno aiutata a restare in piedi quando non conoscevi altri modi. Ora puoi scegliere qualcosa di diverso.»
Un soffio di vento attraversò la radura. La cenere si sollevò appena, poi cominciò a muoversi in un vortice lento. Da quel movimento prese forma una sagoma: un corpo lungo, un collo elegante, due ali che si spiegavano. Dalla cenere emerse una grande fenice.
Le piume erano di un rosso profondo e arancio, con bagliori dorati. Ogni movimento delle ali faceva cadere ancora qualche granello di cenere, come se l’uccello stesso si stesse scrollando di dosso il passato.
La fenice la guardò. In quello sguardo la Donna riconobbe qualcosa di suo: l’energia che per anni aveva tenuto compressa, ora finalmente liberata.
«Questa è la tua energia trasformata» disse Paumenosa. «Non sei bruciata tu. Si sono bruciate le forme in cui ti costringevi.»
La fenice salì nell’aria, tracciò una spirale luminosa sopra il cerchio di pietre, poi scese e si fermò davanti al petto della Donna, senza toccarla. Era come se si appoggiasse a pochi centimetri dal suo cuore. La Donna avvertì un calore diverso: non più il bruciore del lasciare andare, ma una brace viva, raccolta.
«La fenice non resta sempre visibile» disse Paumenosa. «Non è uno spettacolo. È un modo di vivere.» L’animale di fuoco, infatti, si dissolse lentamente, come se rientrasse nel petto della Donna.
«La rinascita non è un interruttore» continuò Paumenosa. «È un cammino. Da oggi camminerai con questa brace nel cuore.»
La Donna guardò ancora una volta la cenere ai suoi piedi. Non le faceva più paura. Poi sollevò lo sguardo verso il bosco che l’attendeva. «E adesso?»
«Adesso torna a camminare. Ogni passo sarà diverso, anche se il sentiero ti sembrerà lo stesso.»
Il bosco cominciò lentamente a sfumare. La Donna sentì il calore ritirarsi dalla pelle e concentrarsi nel centro del petto.
Quando si svegliò, il respiro era più profondo. Le mani, finalmente, erano aperte. Restò immobile per un istante, con la certezza che qualcosa fosse cambiato senza fare rumore. Il fuoco non era più qualcosa da temere o da contenere. Era una forza da ascoltare, da nutrire con gesti piccoli e fedeli. Chiuse gli occhi ancora un momento, poi si alzò. Il giorno l’attendeva.
Questo racconto fa parte del ciclo La Tela della Luna, una serie di storie dedicate ai passaggi interiori e alla trasformazione. Se vuoi continuare il viaggio, puoi leggere tutti i racconti già pubblicati qui: LA TELA DELLA LUNA
