(Avviso per lettrici e lettori sensibili: questo articolo potrebbe urtare la suscettibilità di chi si sente particolarmente produttivo/a, sempre all’opera, e fiero/a di esserlo. Prendilo con ironia, o magari come spunto di riflessione.)
Nel mondo degli hobby creativi si celebra spesso la bellezza del fare: nodi, intrecci, colori, forme, ma esiste anche un lato meno raccontato. A volte il creare diventa un ritmo incessante e, senza accorgercene, ci ritroviamo a muovere le mani in modo compulsivo, instancabile. Lo vedo accadere spesso e mi ci sono trovata anche io, in certi momenti. Si parte con un progetto, poi un altro, e un altro ancora. E fin qui tutto bene. Ma a un certo punto non si tratta più di ispirazione, ma di una sorta di rincorsa: all’idea più originale, all’intreccio più complesso, alla borsa più bella, al tempo da riempire, al confronto con gli altri. Diventa una sfida silenziosa e continua.
Il gesto creativo
Con il tempo, mi sono accorta che questa dinamica non riguarda solo chi frequenta i forum dedicati alla creatività o le scuole online, come quelle membership in cui ogni mese arriva un nuovo progetto da seguire. Anche chi non frequenta il mondo digitale, ma si incontra dal vivo con altre persone per “fare insieme”, può facilmente scivolare nella stessa spirale: più faccio, più sono brava. Più realizzo, più valgo. Più mi tengo impegnata, meno ascolto quello che sento dentro.
Il gesto creativo — che nasce come atto liberatorio, meditativo, connesso — può trasformarsi in una sorta di zona di comfort, che ci protegge da domande scomode, da emozioni inespresse, da vuoti interiori che ci fanno paura. Non sempre, ovviamente. Ma a volte sì.
E non è facile rendersene conto, perché tutto sembra bello, produttivo, “sano”. Ma il fare compulsivo ha un’energia diversa da quella della creatività autentica.
C’è anche un altro aspetto che tende ad amplificare questa dinamica: il confronto. Non solo quello esplicito, fatto di numeri, like, follower, tutorial. Ma anche quello più sottile, che si insinua durante un laboratorio dal vivo, quando guardi il lavoro dell’altra e ti dici: “La sua foglia è venuta meglio della mia”, “Lei è più veloce”, “Io invece non ho fantasia”. È una voce interna, spesso nata anni prima, che ci accompagna silenziosa e giudicante. Basta un tavolo condiviso, qualche nodo fatto insieme, e subito può riemergere il bisogno di dimostrare.
Ed è proprio lì che il gesto creativo perde la sua forza guaritrice e diventa una corsa. Verso cosa, poi? Verso un’immagine di noi che non sbaglia, che non si ferma, che è sempre produttiva e ispirata.
Cosa nasconde il fare compulsivo?
Dietro il “fare sempre”, spesso si nasconde molto più del desiderio di essere brave. C’è il bisogno di controllo, la paura del vuoto, l’ansia di non sentirsi abbastanza. Fare diventa allora un modo per non sentire. Ma questo non è un male in sé. Ognuno di noi, nella vita, trova strategie per sopravvivere, per restare a galla nei momenti difficili. E se annodare e creare ci ha salvato in certi periodi, è giusto onorare anche questo. Ma se ci accorgiamo che quel fare non ci nutre più, che ci stanca, che ci mette in competizione o ci spinge a cercare approvazione, allora forse è tempo di fermarsi. Non per smettere, ma per riconnetterci al senso. Ritrovare il motivo profondo per cui abbiamo iniziato.
Nessun giudizio, solo osservazione
Non c’è colpa in tutto questo. Nessuno va giudicato. Ognuno ha la sua storia, le sue ferite, le sue risorse. E ognuno sceglie le sue vie per attraversare il presente. Anche io ci sono passata. Anche io ho prodotto troppo. Ho inseguito idee, like, perfezione. Ma poi qualcosa si è rotto: si è aperto uno spiraglio e ho iniziato a farmi domande e a cambiare sguardo. Oggi non rincorro più la performance. Mi concedo pause, lentezze, momenti di vuoto. Annodo meno ma sento di più. E questa è una delle tante mie piccole rivoluzioni.
A volte basta un respiro, un nodo fatto senza fretta, un giorno di inattività creativa, per ascoltare quello che davvero ci abita. E da lì, da quel silenzio, può emergere una creatività più vera, più nutriente, più nostra. Perché alla fine, non è la quantità di cose che facciamo a definire il nostro valore. Ma la qualità della presenza che mettiamo nei gesti. E la libertà interiore con cui scegliamo se intrecciare o restare.
