(Terzo articolo della serie Macramé: un viaggio creativo fase per fase)
Ed eccoci arrivati alla fase in cui le mani si mettono davvero in moto. Chi ha seguito questo percorso fin dall’inizio sa bene che non si tratta di un “inizio” vero e proprio. È solo il momento in cui l’azione prende forma, e con essa prende corpo tutto il lavoro fatto fino a qui: l’idea, la scelta, la preparazione.
Annodare
Annodare è il cuore della pratica, sì. Ma non è solo un flusso meditativo. È anche tecnica, precisione, coordinazione. Ogni nodo ha la sua sequenza, il suo orientamento. Non basta muovere le mani: serve attenzione, conoscenza, ripetizione. È un gesto motorio appreso che richiede coordinazione dinamica, manualità e allenamento.
Darsi il tempo per imparare è fondamentale. Per rallentare. Per ascoltare il corpo che apprende. In un mondo che corre, restituire valore a un apprendimento lento e corporeo è un atto di consapevolezza e rivoluzione.
Mentre si annoda, ci si accorge di quanto le mani parlino tra loro. Collaborano, si passano la corda, si aiutano. Non c’è più una sola dominante,come nel caso della scrittura, ma sono fondamentali entrambe. Per chi è curioso, ho scritto un approfondimento proprio su questo tema: La coordinazione delle mani.
E poi c’è anche il ritmo. Quel momento in cui le mani si muovono da sole, il pensiero si alleggerisce, e la pratica diventa quasi danza. Non è magia: è attenzione allenata, presenza nel gesto. Ho raccontato meglio questo aspetto nell’articolo Macramè come meditazione attiva.
Disfare, sciogliere, cambiare idea
Disfare. Sciogliere i nodi. Rifare. A volte capita. Anzi, succede spesso. Ci si accorge di un errore, di una tensione sbagliata, di un nodo fuori posto. Oppure, più semplicemente, si cambia idea. Il progetto prende un’altra strada. Il disegno che avevamo in mente si trasforma man mano che lo vediamo crescere. E allora bisogna adattarsi, trovare strategie diverse, ascoltare l’opera che ci sta parlando.
Ma non sempre sciogliere è l’unica via. C’è anche chi sceglie di tenere l’errore, di renderlo parte dell’opera, di dargli un senso. Perché il macramè, come la vita, non è perfezione: è presenza, creatività, adattamento. Disfare può essere un atto di cura. Ma anche scegliere di non farlo può esserlo.
Tagliare e rifinire
Quando si arriva alla fine, viene il momento del taglio. Ed è lì che tutto cambia. Se si tratta di un accessorio, come una borsa o un portavaso, la rifinitura ha una funzione più pratica: riguarda l’estetica, la funzionalità, la sicurezza del nodo finale. Un taglio che non stravolge, ma che conclude.
Per un arazzo, invece, è tutta un’altra storia. Qui il taglio cambia radicalmente l’aspetto dell’opera. Fa parte del design stesso. Un arazzo può finire a punta, tondo, lungo, corto… e ogni forma cambia completamente l’effetto finale.
Tagliare, in questo caso, è un atto decisivo e simbolico. Anche in questo caso, ognuno trova la sua via. Non c’è un modo giusto. C’è chi tiene il lavoro lì per giorni, lo guarda da lontano, ci pensa su. Chi fa prove con lo scotch di carta per simulare la forma. Chi prende le forbici e va a sentimento, seguendo l’intuito (e poi incrocia le dita!). E un tocco di leggerezza in questa fase non guasta: quante volte ci siamo ritrovati con una frangia più corta dell’altra o con un taglio troppo drastico? Fa parte del gioco, impariamo a prenderlo per quello che è!
E poi, tagliare è anche chiudere. Un gesto psicologicamente forte. Non a caso è una delle fasi più cariche di emozione. È la fine, ma anche l’inizio di qualcosa che esiste ora, finito. Definito. Autonomo.
Il nodo che chiude: la conclusione della serie
Dalla scintilla iniziale all’ultimo taglio, abbiamo attraversato insieme le tre grandi fasi del processo creativo nel macramè. Abbiamo visto come il macramè, come ogni processo creativo autentico, non inizi davvero quando si prende in mano una corda, né finisca con l’ultimo nodo. Ogni fase ha la sua dignità, il suo senso, il suo potere trasformativo.
Chi partecipa a un workshop spesso non ha la consapevolezza di saltare un pezzo fondamentale: l’ideazione, la progettazione, la preparazione. Quelle fasi silenziose, invisibili, che però danno senso a tutto il resto. Chi si trova direttamente dentro il fare può non vederle, eppure ci sono. Ma sapere che ci sono passaggi che esistono anche quando non li attraversiamo consapevolmente, può dare profondità e valore a ciò che stiamo facendo.
Forse questa serie di articoli voleva proprio questo: restituire dignità a ogni tappa, invitare a guardare con occhi nuovi anche ciò che sembrava scontato.
Perché ogni nodo è un passaggio. E ogni passaggio, se vissuto con presenza, può diventare un gesto di consapevolezza.
