In psicologia esiste un termine, autoefficacia, che indica la convinzione soggettiva di essere in grado di fare una certa cosa, e che non coincide con il talento né con le competenze misurabili, ma con quello che ciascuno crede di poter fare. Non ho studiato a fondo gli autori che se ne sono occupati e non voglio perdermi nelle teorie, ma voglio parlare di questo tema da un punto di vista esperienziale che conosco bene e da vicino.
Questo articolo nasce con un intento preciso, quello di portare all’attenzione di chi legge su come l’autoefficacia possa essere modificata e sviluppata grazie alle pratiche creative manuali. Per praticità userò il termine craft, che si riferisce a tutte le pratiche creative manuali anche se nel titolo ho scritto solo arti tessili, ma il discorso è valido per tutto ciò che si fa con le mani. La mia esperienza più forte è nel campo delle arti tessili e del macramè, è vero, ma ho attraversato anche l’acquerello, la creazione di bigiotteria e il mosaico, e quello che racconto viene da tutti questi luoghi.
Nella mia esperienza la fonte più solida dell’autoefficacia, cioè di quella fiducia che ciascuno ha nella propria capacità di fare, non sono i complimenti degli altri, né l’incoraggiamento, e nemmeno osservare qualcuno di bravo, ma il riuscire in prima persona. Ogni volta che si porta a termine anche soltanto un piccolo progetto si prova un senso di realizzazione, e questi successi frequenti e concreti costruiscono a poco a poco la fiducia fino a cambiare il modo in cui si guardano gli ostacoli, i fallimenti e la fatica di perseverare.
Il craft è un generatore continuo di esperienze, ogni nodo imparato, ogni pennellata che finalmente tiene, ogni progetto completato è un dato concreto che il cervello registra come un “ce l’ho fatta”, e quel dato si accumula, modifica la percezione che abbiamo di noi stesse e si trasferisce, spesso in modo sorprendente, ad altri ambiti della vita. Tutto questo succede perché il riuscire, in questo caso, non è un’idea o una sensazione ma è un oggetto: il cervello non ha bisogno di essere convinto con le parole, gli basta avere davanti la prova.
C’è qualcosa di specifico nel craft rispetto ad altre forme di sviluppo personale, e ha a che fare proprio con la visibilità del progresso. In molti ambiti della vita la crescita è invisibile o lenta da percepire, si lavora su di sé, sulla comunicazione, sulla gestione delle emozioni, e i risultati arrivano in modo diffuso e difficile da misurare, e spesso risulta faticoso da sostenere senza riscontri chiari. Nel craft il progresso si vede e si tocca: oggi so fare un nodo che ieri non sapevo fare, questo progetto è più complesso di quello del mese scorso, queste mani hanno imparato qualcosa di nuovo e concreto, etc. E’ questo che alimenta l’autoefficacia in modo diretto e immediato e per molte persone è esattamente il tipo di nutrimento di cui hanno bisogno e che li aiuta a proseguire nei percorsi di crescita e consapevolezza con maggior fiducia.
E tuttavia, nonostante questa prova sia lì, concreta e visibile, c’è un momento in cui vedo spesso accadere qualcosa di curioso ed è quello in cui si mostra ad altri ciò che si è fatto. Avendo condotto laboratori di macramé e insegnato a molte persone, ho visto ripetersi quasi sempre la stessa scena: prima di mostrare il lavoro, c’è una piccola esitazione e una scusa preventiva, fatta di frasi come «è ancora grezzo», «ho sbagliato qui», «niente di speciale», pronunciate per togliere in anticipo ciò che gli altri potrebbero vedere (e che spesso non vedono!). È come se rivendicare apertamente il proprio risultato fosse presuntuoso, eccessivo e allora si preferisce giustificarlo prima ancora che qualcuno lo guardi, indicando da sé i difetti, quasi a proteggersi da un giudizio che nessuno ha ancora dato.
Eppure mostrare ciò che abbiamo creato è solo un modo in cui chiediamo al mondo di riconoscere che quella cosa esiste, che l’abbiamo fatta noi e che abbiamo lasciato un’impronta concreta sulla realtà . È uno dei bisogni umani più fondamentali: il bisogno di lasciare una traccia, di avere un effetto sul mondo che ci circonda. Da bambini questo momento lo si vive in modo più immediato perché appare come qualcosa di profondamente sano, la gioia di aver creato e il desiderio di condividerla. Forse è anche per questo che il craft è prezioso, perché oltre a costruire la convinzione di essere capaci ci offre un luogo in cui riprenderci il diritto di dire «l’ho fatto io» senza doverci giustificare.