Qualche tempo fa avevo scritto un articolo dedicato ai benefici del macramè per la salute mentale. Oggi torno su questo tema scegliendo di accendere una luce su un aspetto specifico, che considero particolarmente interessante: il legame tra l’arte dell’annodare e la memoria.
Il macramè è una pratica creativa che va ben oltre la realizzazione di un oggetto decorativo. Nel tempo, attraverso l’esperienza personale e le riflessioni raccolte anche nei capitoli del libro Nodi di benessere. Il potere terapeutico del macramè, è emerso con chiarezza come il lavoro con le corde coinvolga molteplici funzioni cognitive, corporee ed emotive.
Memoria tecnica: il gesto che crea il nodo
È utile precisare fin da subito che le riflessioni che seguono si riferiscono soprattutto ai momenti in cui si sta imparando il macramè o si desidera ricreare un modello esistente. In queste fasi, la memoria viene sollecitata in modo particolarmente evidente, perché l’attenzione è rivolta all’apprendimento dei gesti e alla loro ripetizione all’interno di uno schema già definito. Il lavoro di chi inventa o crea schemi si muove su un piano diverso, in cui entrano in gioco altri processi come l’intuizione, la sperimentazione e la capacità di lasciare spazio all’errore come parte del percorso creativo. Anche in quel caso la memoria è presente, ma assume una forma differente e convive con dinamiche più libere e meno strutturate.
Nel macramè la memoria non è chiamata a trattenere una sequenza, ciò che viene memorizzato è il movimento necessario per creare un determinato nodo, il passaggio delle corde, la direzione del movimento e la tensione da mantenere. La tecnica risiede proprio in questa memoria del gesto, che si costruisce attraverso la ripetizione e l’esperienza diretta. Con il tempo, il nodo smette di essere “pensato astrattamente” e viene riconosciuto dalle mani, che lo eseguono con maggiore sicurezza e fluidità. Il macramè diventa così uno spazio in cui la memoria tecnica si costruisce nel fare, intrecciando attenzione, percezione sensoriale e presenza.
Memoria di lavoro: attenzione, organizzazione e visione d’insieme
Accanto alla memoria tecnica entra in gioco la memoria di lavoro, quella funzione che permette di tenere attive più informazioni nello stesso momento. Durante la realizzazione di un progetto di macramè, è necessario mantenere l’attenzione sul gesto, osservare lo schema che si sta formando, controllare la tensione delle corde, gestire le lunghezze e avere allo stesso tempo una visione d’insieme del lavoro.
Questo continuo dialogo tra dettaglio e totalità allena la capacità di organizzare il pensiero e di muoversi all’interno di una struttura senza perdere il filo del processo. Con la pratica, si sviluppa una maggiore chiarezza nei passaggi e una migliore gestione della complessità, competenze che spesso si riflettono anche nella vita quotidiana, nel modo di affrontare situazioni articolate e processi che richiedono tempo e continuità.
Memoria emotiva: ciò che resta intrecciato ai nodi
Esiste poi una memoria più intima e sottile, che riguarda il piano emotivo. Ogni lavoro finito conserva tracce del momento in cui è stato creato. Guardando un arazzo o un manufatto, riaffiorano spesso emozioni e ricordi legati al tempo della sua realizzazione: l’entusiasmo di un’idea che prende forma, la frustrazione di un errore, la pazienza necessaria per sciogliere e rifare, la soddisfazione di aver attraversato una difficoltà.
Ogni nodo diventa così un contenitore di memoria emotiva, un segno tangibile che collega la tecnica a un’esperienza vissuta. Il prodotto creato racconta non solo ciò che sappiamo fare, ma anche ciò che abbiamo attraversato mentre lo facevamo, trasformando l’oggetto in una traccia viva del percorso personale.
Una chiave di lettura, non un obiettivo
Soffermarsi sulla memoria significa scegliere una chiave di lettura tra le molte possibili. Il macramè, come tutte le pratiche creative manuali, è un’esperienza complessa in cui si intrecciano dimensioni corporee, emotive, simboliche e creative, senza che una prevalga sulle altre. Proprio per questo sento importante sottolineare un aspetto fondamentale. Avvicinarsi a una pratica creativa con l’intenzione primaria di ottenere benefici, di “farsi del bene” o di raggiungere obiettivi legati alla salute rischia di spostare l’attenzione da ciò che rende autentica l’esperienza. Il primo motivo per cui ci si avvicina al macramè (o ad un’altra arte creativa manuale) dovrebbe essere il piacere, l’attrazione, la curiosità e il divertimento che questa pratica suscita.
Solo in un secondo momento, attraverso l’esperienza diretta, può nascere il desiderio di osservare e approfondire quali effetti porta con sé. Spesso questi benefici vengono riconosciuti dopo, quando li abbiamo già vissuti nel corpo e nelle emozioni, ancora prima di riuscire a nominarli. Ed è proprio in questo spazio libero da aspettative e obiettivi prestabiliti che il macramè può esprimere tutta la sua ricchezza e la sua forza trasformativa.
