Di solito, quando si racconta un’arte, si parte dalla sua storia: da dove viene, chi l’ha inventata, quando è nata. È un classico, una specie di formalità che si trova in ogni libro o articolo sul tema. Io invece ho iniziato da un’altra parte: prima sono arrivate le mani, le corde, i nodi e solo in un secondo momento è arrivata la voglia di andare a cercare le origini.
Macramè è il nome che oggi diamo a un’arte antichissima: quella dell’annodare, intrecciare, creare con le mani. E questa arte esisteva ben prima che qualcuno decidesse di chiamarla “macramè”. 😉 I nomi servono a capirsi, certo. Ma a volte rischiano di incasellare e limitare. Perciò, lasciamo da parte le etichette e facciamoci guidare dai fili.
Ecco come vi racconterei io la storia del macramè.
Per alcuni studiosi il termine Macramè deriva dall’arabo: potrebbe venire da mahrama (fazzoletto) e ramé (nodo o frangia). Secondo questa ipotesi furono proprio i popoli arabi a utilizzare e diffondere questa tecnica lungo le coste del Mediterraneo.
Altri studi raccontano di marinai genovesi del Quattrocento, che intrecciavano corde per creare oggetti utili o decorativi durante le lunghe traversate, spesso usati come merce di scambio. Tutto vero — ma anche limitato al punto di vista italiano.
Se leggeste la storia del macramè raccontata da un portoghese, scoprireste che sì, nasce nel mondo arabo, ma furono i marinai portoghesi a portarla sulle navi, arricchirla e farla viaggiare fino in Brasile, dove ha assunto nuove forme e significati.
E se invece la ascoltaste da un’artigiana statunitense, probabilmente partirebbe da un punto di riferimento diverso: The Ashley Book of Knots (1944) di Clifford W. Ashley, un’opera monumentale che raccoglie migliaia di nodi, molti dei quali utilizzati anche nel macramè.
Poi vi racconterebbe del movimento hippie degli anni ’70, del ritorno all’artigianato come forma di espressione libera e naturale. Parlerebbe di stile boho, di autonomia creativa, di laboratori nelle comuni e infine del grande ritorno contemporaneo del macramè come arte meditativa e decorativa.
Ogni versione ha la sua verità e riflette un diverso punto di vista culturale.
Se volessimo essere davvero precisi, dovremmo ammettere che non possiamo dire con certezza dove e quando il macramè sia nato.
La verità è che la sua storia non è una sola: è un insieme di racconti, ipotesi, culture che si intrecciano. E come accade per tutti i saperi artigianali tramandati oralmente e manualmente, la sua origine si dissolve nei secoli.
Cicli di splendore e oblio
Come ogni arte tradizionale, anche il macramè ha vissuto momenti di grande popolarità e lunghi periodi di silenzio. Nel XVI secolo, ad esempio, il macramè visse un’epoca di splendore alla corte di Elisabetta I d’Inghilterra: veniva usato per creare ornamenti raffinati, frange elaborate per abiti, tende e accessori, diventando simbolo di eleganza e prestigio.
Nei secoli successivi ha adornato vesti e paramenti sacri, è entrato nei corredi delle spose e ha trovato spazio nei conventi e nelle case delle donne.
Anche in Liguria, in particolare a Chiavari, il macramè ebbe un ruolo speciale. Qui l’artigianato tessile era fiorente, e il macramè veniva usato per bordare asciugamani, tende e corredi. Il termine era talmente radicato nella cultura locale da essere usato in dialetto genovese per indicare proprio l’asciugamano.
Poi, come tante arti manuali, anche il macramè è caduto in un lungo oblio. Fino alla rinascita negli anni ’70. E di nuovo oggi, in un tempo che riscopre il valore del fare con le mani. Ogni volta che riaffiora, il macramè si reinventa: cambia il gusto estetico, si aggiornano materiali e forme, ma la tecnica resta quella.
Oltre il nome: una storia universale
Possiamo dire che i nodi sono nati con l’essere umano. Ovunque ci siano state mani, corde, bisogni pratici o simbolici, ci sono stati intrecci. Ne troviamo traccia nei bassorilievi assiro-babilonesi, nelle calzature egizie, nelle reti primitive. Non c’erano tutorial né nomi ufficiali, ma c’era già l’arte del legare, unire, decorare. Una sapienza diffusa e spontanea, fatta di gesti tramandati da mani esperte — maschili e femminili — che non avevano bisogno di definizioni per esistere. (Se ti interessa approfondire il tema dei nodi nelle diverse culture ne ho già scritto qui:Il Potere dei Nodi: simbolismi e significati)
P.S.
Molte persone mi chiedono: “Ma si scrive macramè o macramé?”
In realtà non c’è una regola assoluta: macramè (con accento grave) è la forma italiana più corretta, ma si trova spesso anche macramé. Io, per esempio, preferisco usare l’accento acuto, perché è più simile a come lo pronuncio anche se poi, quando scrivo gli articoli, finisco quasi sempre per usare quello grave, semplicemente perché sulla tastiera italiana è più comodo da digitare! Insomma, tra estetica e praticità, vince il tasto più a portata di dito 😄
