(Secondo articolo della serie Macramé: un viaggio creativo fase per fase) Dopo aver esplorato nella prima tappa (Dove nasce un nodo: ispirazione e progettazione), la fase più intuitiva e ispirata, entriamo ora nel tempo della preparazione. Un tempo apparentemente più tecnico, ma in realtà ricco di significato e trasformazione.
Dopo la scintilla iniziale, arriva il momento di fare spazio alla parte organizzativa. Quella che traduce un’idea in qualcosa di costruibile. Qui entrano in campo le capacità cognitive e organizzative: pianificare, anticipare, valutare. È una fase che attiva la mente, ma senza dimenticare il sentire.
Ogni lavoro ha bisogno di un tempo di preparazione. È un tempo che spesso passa inosservato, ma che fa la differenza tra un progetto che prende forma con fluidità e uno che si arena a metà strada. In questa fase si entra nel concreto, ma non si è ancora nell’azione visibile.
Si osserva l’idea e la si accompagna verso la forma. Si decide quanto grande sarà il lavoro, che struttura avrà. Si prova a disegnare, a immaginare lo sviluppo, a capire se quello che si è intuito è davvero fattibile. Non sempre le cose sono subito chiare: a volte serve riformulare, ridimensionare, lasciare che l’idea si trasformi.
Questa fase chiama pazienza e ascolto. È il momento in cui si accettano i limiti (dello spazio, del tempo, dei materiali disponibili), ma si riconosce anche la libertà di scegliere e costruire qualcosa che ci somiglia.
Una volta definita la struttura, si entra nel vivo della preparazione. Chi lavora con il macramè lo sa: il calcolo delle corde è uno dei passaggi più delicati. È qui che si rischia di sbagliare.
Perché ogni nodo “mangia” un pezzo di corda, e ogni nodo è diverso.
La lunghezza dipende dalla struttura scelta, dal tipo di corda, dalla densità dell’annodatura, dalla misura finale del lavoro. E dalla mano che annoda. Perché la mano di ognuno è diversa: ognuno annoda con una tensione propria.
E ognuno ha il suo modo di affrontare questo momento. C’è chi usa la calcolatrice e le formule matematiche, chi misura con le braccia come fossero metri a nastro, chi si spazientisce e va a occhio, amando il rischio. C’è chi taglia tutte le corde lunghe “per stare sicura”, chi non vuole avere troppo avanzo e sta stretto consapevole del rischio (o amante del rischio) 😉 .
C’è chi sogna la perfezione già al primo taglio, e chi si concede di sbagliare, per imparare anche da lì.
Chiunque abbia fatto almeno qualche progetto in macramè si è riconosciuta in uno di questi approcci. Ci si mette alla prova, si scopre qualcosa del proprio modo di affrontare l’imprevisto, la precisione, il bisogno di controllo o il desiderio di libertà. Con ironia, pazienza, e un po’ di fiducia, anche questo passaggio diventa parte dell’esperienza.
Quando tutte le corde sono pronte, allineate, tagliate e raccolte, per molti è in quel momento che “inizia davvero il lavoro”. Ma se sei arrivata fin qui, lo sai: il lavoro è già iniziato. È iniziato quando hai avuto l’idea, quando hai scelto, calcolato, fatto ordine. Ogni passaggio ha già richiesto presenza, decisione, ascolto.
Forse è anche per questo che, nei workshop, le persone spesso non si rendono conto di aver saltato un pezzo importante. Si trovano direttamente nel fare e nell’annodatura, ma non hanno attraversato quel tempo di preparazione che dà un significato diverso all’esperienza. Riconoscere questo tempo, abitarlo, è già annodare qualcosa dentro di sé.
Nel prossimo articolo della serie ti accompagnerò nella fase più visibile e pratica: l’annodatura vera e propria. Un tempo fatto di ritmo, di presenza, di mani in movimento.
